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Article Excerpt Il ventesimo secolo ha visto fiorire una varieta quasi illimitata d'intellettuali la cui ampia diversificazione, come sostiene Remo Ceserani, e dovuta principalmente alla complessita delle moderne societa a cui i suddetti nouveaux philosophes appartengono. Risulta infatti che molti intellettuali hanno ricoperto nel tempo ruoli, per usare le parole dello stesso Ceserani, di "straordinaria mobilita," dimostrando doti di grande versatilita. Nonostante cio, e possibile tracciare le principali tipologie delle figure intellettuali di questo secolo, specialmente se usiamo come spartiacque la funzione sociale da loro espletata. Infatti, come ricorda Moravia ne Il Conformista: I'intellettuale si trova spesso davanti ad un bivio, dovendo scegliere fra la vita contemplativa e la vita activa. Una dicotomia questa peraltro gia insita alla natura stessa dell'uomo, come elucidato appunto da Seneca quando nel De Otio affermava: "Solemus dicere summum bonum esse secundum naturam vivere: natura nos ad utrumque genuit, et contemplationi rerum et actioni. [Noi diciamo che il sommo bene e vivere secondo natura, e la nostra natura ha due facce, una rivolta alla contemplazione e l'altra invece all'azione.]" (1) La vita contemplativa consiste naturalmente nello studio e nella riflessione, svolti con distacco ed imparzialita, attraverso cui l'intellettuale esplica una funzione di comprensione di quelle che sono le dinamiche sociali, economiche, politiche, psicologiche della societa circostante. L'intellettuale che risponde invece all'imperativo morale, scegliendo la vita activa, assume il ruolo di guida; egli riconosce e rivendica le proprie responsabilita verso la comunita ed espleta in essa, per usare un'espressione cara a Calvino, una funzione tipicamente virgiliana. Questo tipo d'intellettuale, di chiara matrice gramsciana, e un pensatore collettivo, ovvero voce ed interprete delle esigenze delle masse. L'intellettuale e quindi concepito in questo contesto come un organizzatore culturale che dirige le masse verso un rinnovamento ideologico, e che pur facendosi carico "dell'elaborazione di un pensiero superiore al senso comune [...], non dimentica mai di rimanere a contatto coi 'semplici' e anzi in questo contatto trova la sorgente dei problemi da studiare e da risolvere." (2) Seguendo questa dicotomia e possibile analizzare i lavori degli intellettuali contemporanei con maggiore chiarezza, ma come tutti i processi di razionalizzazione, la categorizzazione qui proposta tende a sclerotizzare l'oggetto dinamico che si prefigge di studiare. In questo caso la minaccia posta dal suddetto albero definizionale e ridimensionata dalla presenza del cosiddetto intellettuale ibrido, ovvero di colui che oscilla fra le due categorie. Esistono infatti uomini di pensiero che, come Giorgio Gaber aveva illustrato nel suo spettacolo Dialogo fra un impegnato e un non so, sono divisi fra la pura riflessione e l'impegno verso il cambiamento sociale. Non a caso e proprio lo scambio di battute tratto dall'appena citato spettacolo di Gaber, quando l'intellettuale ibrido si trova a dover giustificare il proprio modo di essere davanti alle accuse del militante, a dare lo spunto da cui parte il presente saggio:
[intellettuale militante]--Non servi a niente. Sei un poeta borghese, ti rinchiudi, non riesci a trovare a tirare fuori un'idea, a modificarla, a cambiarla. [intellettuale ibrido]--Un'idea, modificarla, cambiarla, elaborarla, non ci vuole mica tanto. E cambiarsi davvero, e cambiarsi di dentro che e un'altra cosa. (3)
L'obiettivo di questo saggio e appunto quello di mostrare come dietro al mondo delle false sicurezze ideologiche spesso e volentieri si celi in realta la complessita e la contraddizione dell'essere umano che, incapace di affrontare la vita secondo i dettami di una logica lineare, si trova davanti ad una perenne crisi esistenziale. Da qui il concetto di intellettuale ibrido, ovvero di colui che pur condividendo un programma ideologico e incapace di realizzarne la visione. L'analisi quindi dell'intellettuale ibrido--e cioe di colui che per definizione si trova a meta strada fra la vita contemplativa e quella attiva--e obbligatoria, se vogliamo capire il senso di crisi che da sempre affligge la classe intellettuale. Per fare cio e necessario partire da un caso concreto, secondo un processo prettamente induttivo, dove il modello teorico trova appunto un riscontro empirico.
Fra i vari intellettuali che oscillano fra i due ruoli, Nanni Moretti ne e forse il piu degno rappresentante, avendo ampiamente descritto la crisi che da sempre lo affligge. Il regista romano ha infatti ritratto nei suoi film il fallimento dei vari tipi di figure-guida: politica, didattica, spirituale ed artistica, basta ricordare Palombella rossa, Bianca, La messa e finita, e Caro diario. Nel suo penultimo lavoro, Aprile (film che ritrae una crisi creativa di vaga memoria felliniana), Moretti giunge alla conclusione a cui era giunto in precedenza Pasolini che negli ormai lontani anni Settanta commentava amaramente:
All intellettuale--profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana--si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realta servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.... E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato puramente morale e ideologico ecco che egli e, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. (4)
In modo assai meno drammatico Morretti decide di abbandonare l'onere del ruolo di coscienza sociale, il titolo stesso del film (Aprile) rappresenta una rinascita di Moretti non solo come uomo, divenuto padre, ma anche e soprattutto come intellettuale. A questo messaggio cinematografico si oppone pero un'effettiva militanza politica nelle pubbliche piazze, che in anni recenti lo ha visto protagonista di comizi e manifestazioni. Questa discrepanza, dal sapore fortemente conflittuale, ha reso Moretti un esemplare d'intellettuale ibrido, a meta strada cioe fra la vita contemplativa e quella attiva. La militanza intellettuale di Moretti si distingue infatti per il latente senso di crisi e di smarrimento trasmesso attraverso i suoi film. Il regista romano si presenta negli anni Settanta, ancora giovanissimo, sugli schermi cinematografici con corto e mediometraggi che testimoniano un netto rifiuto verso il mondo dei "padri," mostrandosi ostile nei confronti di quelle che sono appunto le tappe obbligate della societa borghese. In particolare con Pate de bourgeois si evidenzia il netto rifiuto verso l'ordine costituito con le sue istituzioni e convenzioni, attaccato secondo la piu esilarante tradizione dadaista. Moretti, seguendo le orme dell'avanguardia francese, aggredisce e quindi nega la validita del senso comune, mettendo cosi alla berlina tutti i valori della societa borghese, ormai ridotti ad un pasticcio culinario, come del resto testimoniato dall'evidente gioco di parole tra pate de foie gras ed epater le bourgeois. La critica verso lo status quo della societa borghese non trova pero una valida alternativa nel regime che la oppone. La militanza della sinistra italiana, messa al vaglio nel cortometraggio intitolato La sconfitta, risulta infatti essere un obiettivo impossibile da raggiungere, dato che il suo messaggio rivoluzionario prevede il sacrificio dell'individuo a beneficio di un'entita estranea e sconosciuta come quella delle "masse." Tutto questo viene espresso ne La sconfitta attraverso il montaggio alternato, ossia l'impiego d'immagini che mostrano avvenimenti contemporanei in luoghi diversi, In questo caso l'uso d'immagini contrastanti come quelle che mostrano la manifestazione dei metalmeccanici alternate a quelle del protagonista Luciano (5) mentre guarda trasmissioni televisive come il Rischiatutto e Tutto il calcio minuto per minuto, mette in evidenza l'impossibilita di un cambiamento. Di fatto l'aspirante rivoluzionario Luciano e incapace di rinunciare ad un'esistenza piccolo-borghese per un ideale (il passaggio dal capitalismo al socialismo) che non solo richiederebbe dei sacrifici, ma i cui frutti verrebbero goduti soltanto dalle generazioni future. Nel cinema di Moretti, quindi, non si celebrano eroi di nessun tipo, tutto e tutti sono posti sotto l'occhio vigile della sua macchina da presa che, come vedremo piu avanti, non risparmiera nessuno, neanche se stesso. Il regista romano ha infatti da sempre combattuto i facili schematismi che dividono il mondo fra buoni e cattivi, fra eroi e malvagi, come del resto confermato dallo stesso Moretti che parlando del suo cinema ha affermato:
...a me interessava lavare i panni sporchi in pubblico, essere trasparente, prendere in giro con cattiveria ma anche con affetto il mio ambiente politico, sociale, generazionale, che invece fino ad allora si vedeva ed era visto solo pieno di certezze, di dogmatismo, di verita, di schematismi che dividevano il mondo in due, il bene da una parte e il maie dan'altra. (6)
Fra i vari corto e mediometraggi in Super 8, la parodia dei Promessi sposi intitolata Come parli frate? e forse quella che rivela maggiormente il carattere derisorio del cinema morettiano; infatti la scelta del libro che ha rappresentato una tappa obbligatoria per la formazione culturale e morale di milioni d'italiani non e casuale. I mitici personaggi del mondo manzoniano, rigorosamente divisi in buoni e cattivi, vengono rivisitati da Moretti che ne stravolge personalita e motivazioni. Don Rodrigo, ad esempio, viene trasformato in una vittima dei bravi, obbligato da questi ad oltraggiare Lucia. Renzo e ossessionato dalla passione, quasi incestuosa, nei confronti della madre di Lucia. La stessa Lucia, dopo aver trascorso innumerevoli peripezie, dichiara di essere confusa e di non voler piu sposare Renzo. In tutto questo caos, dove le vite dei protagonisti del dramma manzoniano hanno perso la chiara demarcazione che le contraddistingueva, risuona assurda la citazione a fine romanzo cantilenata da Renzo che comincia cosi: "ho imparato a non mettermi nei tumulti: ho imparato a non predicar in piazza: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando ce li d'intorno gente che ha la testa calda...." Difatti questa specie di decalogo dalle connotazioni dottrinarie, inserito in un universo che--a differenza di quello manzoniano--non e piu il prodotto di un preciso disegno divino, arricchisce il testo filmico di una chiara dimensione ironica, rompendo i ponti con il mondo delle false sicurezze. I personaggi rivisitati da Moretti si aggirano smarriti per i meandri di una foresta non piu facilmente decodificabile, perche non agevolata da schemi semplicistici, e stentano cosi a trovare il bandolo della matassa che doni significato all'esperienza umana.
Lo smarrimento personale diverra una tematica ricorrente nel cinema di Moretti, riproposta quasi ossessivamente in tutti i suoi lungometraggi. Con Ecce Bombo assisteremo allo smarrimento generazionale, rappresentato appunto da un gruppo di amici che, a differenza dei ben noti vitelloni riminesi, non si compiace dello stato d'inerzia in cui si trova, ma che al contrario ne e profondamente angosciato. L'allegra brigata di un'anonima citta di provincia dell'Italia del dopoguerra (abilmente ritratta da Fellini) si trasforma nell'opera morettiana in un triste quartetto della Roma postsessantottina, afflitto da problemi di varia natura. Michele, figlio ribelle con chiari interessi cinematografici, e eternamente scontento. Vito, impiegato parastatale, si lascia pigramente vivere. Goffredo, studente svogliato, e ossessionato dai rapporti di coppia. Ed infine Mirko, angosciato ideatore delle serate di autocoscienza, racchiude in se il malessere di tutto il gruppo. Il film si apre con una scena emblematica sui mali che attanagliano la societa, simbolicamente rappresentati dalla condizione dello stesso cinema italiano che, invece di produrre film di qualita, concentra i propri sforzi su film scadenti. La prima scena mostra infatti il set dove viene girato il solito filmetto a luci rosse, contrastata dai primi piani di facce costernate e un po' disgustate. A queste inquadrature segue una ripresa a due che vede Moretti nei panni di Michele Apicella, seduto accanto alla sua compagna, esprimere verbalmente il suo dissenso su queilo che e il panorama della produzione cinematografica italiana. Con Ecce Bombo Moretti inaugura la tradizione di autoironia che caratterizzera tutto il suo cinema, mettendo in gioco se stesso con i suoi tic, le sue manie e soprattutto le sue insofferenze verso una societa non scevra di colpe, che pecca di faciloneria, e che spesso tende a generalizzare. Nel primo lungometraggio del regista romano non verranno infatti risparmiate le critiche verso una societa dominata da una cultura televisiva vuota e superficiale, alla costante ricerca di nuovi territori da conquistare con facili etichette, che riduce tutto a degli stereotipi. Moretti ritrae la televisione degli anni della contestazione giovanile che--per dovere di cronaca--presenta il tormentone sul mondo dei giovani, giustificando cosi l'invasione da parte delle telecamere di case, scuole e bar. Una televisione alla ricerca di quei giovani che sono da inquadrare, da definire, e soprattutto da etichettare, per renderli commestibili ad un pubblico ormai avvezzo al processo di banalizzazione. Alla domanda chi sono i giovani e che cosa fanno? il ventiquattrenne Michele Apicella, risponde: "Vito sa fare bene il giovane." E cosi Vito fa il giovane per accontentare le telecamere della fantomatica Telecalifornia e con viso imperturbabile afferma: "Noi stiamo bene, stiamo insieme. Non siamo piu gelosi, non siamo piu egoisti. Adesso, ad esempio, andiamo a prendere un amico e poi tutti insieme andiamo a Ostia a vedere l'alba." A questo segue una fragorosa e falsa risata del gruppo di amici che accompagna Vito e che, come lui, fa finta. Ma a questa cultura di cibi precotti e liofilizzati, dove tutto diventa stereotipo e banalita, si oppone una realta piu complessa e quindi scomoda. I giovani, soli e confusi, si inoltrano nella notte buia guidati dallo stesso Vito che a lume di lanterna esordisce con delle parole che tradiscono quel senso di smarrimento e di sconforto comune a tutti:
Vito--Dovevo nascere cent'anni fa nel 1848, le barricate a Lipsia. A ventidue anni avevo gia fatto la comune di Parigi. Adesso, impiegato parastatale con tutti i colleghi che passano tutte le ferie a seguire tutti i festival den'Unita con i balletti della Moldavia e con le cioce importate. Gino Paoli, Pinocchio, Mike Bongiorno, Marilyn Monroe, Altafini, Gianni Morandi, Gianni...
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