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Article Excerpt Per studenti e studiosi americani di italianistica, il caso di Cesare Pavese e davvero interessante. Giacche si tratta di un italiano che cerca di ritrovare la propria identita ripercorrendo la strada di Cristoforo Colombo, allontanandosi dall'Italia e "riscoprendo l'America". Riscoprendola, non riconquistandola: al contrario, Pavese esprime il bisogno, una dozzina d'anni prima che cio accada realmente, di una "invasione" americana dell'Italia. Naturalmente tutti questi termini--scoperta, conquista, invasione--sono metafore riferite al terreno culturale e letterario. E tuttavia, Elio Vittorini, scrivendo l'introduzione alla sua famosa storia e antologia della letteratura statunitense, Americana, concepita e pubblicata negli anni in cui scoppiava la seconda guerra mondiale, sottolineava che:
mentre una storia politica non ha in se, di solito, la storia della letteratura, una storia della letteratura ha sempre in se la storia politica, e quella, questa, tutte insieme le storie ...
Teniamo dunque sempre conto che quando Pavese legge la letteratura americana, cerca in essa qualcosa di piu che libri, romanzi, poesia: vi cerca i segni di una realta possibile, attuale nel mondo a lui contemporaneo, caratterizzata come vitalita e liberta, e in questo senso vista come alternativa alla situazione italiana degli anni del fascismo. Di questo significato generale del mito americano della sua generazione, Pavese si rese conto fin dal primo momento, ma tanto piu quando quell'esperienza e arrivata sino in fondo--ed e in certo modo consumata, esaurita.
Proviamo appunto a cominciare dalla fine, come in certi racconti o certi film costruiti con la tecnica del flash back, della rievocazione soggettiva degli avvenimenti da parte dei protagonisti. Siamo nel 1947. Cesare Pavese lavora nella casa editrice Einaudi, e al culmine della sua carriera di romanziere (sta scrivendo La casa in collina, uno dei suoi migliori romanzi), ma e anche ormai vicino al precipitare della sua vicenda esistenziale, che lo portera, tre anni dopo, al suicidio. Leggiamo in quali termini, in un articolo comparso in quell'anno sull'Unita (Pavese e iscritto al PCI), Pavese rievocava la "scoperta dell'America", della letteratura americana, da parte della sua generazione; o meglio, di una parte della sua generazione:
Verso il 1930, quando il fascismo cominciava a essere >, accadde ad alcuni giovani italiani di scoprire nei suoi libri l'America, una America pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane, innocente. Per qualche anno questi giovani lessero tradussero e scrissero con una gioia di scoperta e di rivolta che indigno la cultura ufficiale, ma il successo fu tanto che costrinse il regime a tollerare, per salvare la faccia. Si scherza? Eravamo il paese della risorta romanita dove perfino i geometri studiavano il latino, il paese dei guerrieri e dei santi, il paese del Genio per grazia di Dio, e questi nuovi scalzacani, questi mercanti coloniali, questi villani miliardari osavano darci una lezione di gusto facendosi leggere discutere e ammirare? Il regime tollero a denti stretti, e stava intanto sulla breccia, sempre pronto a profittare di un passo falso, di una pagina piu cruda, d'una bestemmia piu diretta, per pigliarci sul farto e menare la botta. Meno qualche botta, ma senza concludere. Il sapore di scandalo e di facile eresia che avvolgeva i nuovi libri e i loro argomenti, il furore di rivolta e di sincerita che anche i piu sventati sentivano pulsare in quelle pagine tradotte, riuscirono irresistibili a un pubblico non ancora del tutto intontito dal conformismo e dall'accademia. Si puo dir francamente, che almeno nel campo della moda e del gusto la nuova mania giovo non poco a perpetuare e alimentare l'opposizione politica, sia pure generica e futile, del pubblico italiano >. Per molta gente l'incontro con Caldwell, Steinbeck, Saroyan, e perfino col vecchio Lewis, aperse il primo spiraglio di liberta, il primo sospetto che non tutto nella cultura del mondo finisse coi fasci. (1)
C'e una data precisa, avete sentito, nel ricordo di Pavese, il 1930. Il 20 giugno di quell'anno Pavese s'era laureato all'Universita di Torino con una tesi su Walt Whitman, l'autore di Leaves of Grass, anche accademicamente, una scelta irregolare, tanto che il professore d'inglese rifiuto di discuterla, e il giovane Pavese fu presentato da un francesista, Ferdinando Neri. Ad un americano quella data avrebbe suscitato ricordi forse pifi drammatici. Ma l'America di cui parla Pavese, descrivendola in termini ossimorici, con questa raffica di opposizioni affascinanti--pensosa e barbarica, felice e rissosa, pesante di tutto il passato del mondo e insieme giovane e innocente--quell'America non e l'America reale contemporanea (Pavese non la visitera mai, e non troviamo mai nei suoi scritti alcuna allusione alla cronaca americana di quegli anni, per esempio alla crisi del '29), ma il mito che puo indicare all'Italia una via per tutti coloro che rifiutavano la cultura ufficiale trombona e retorica del fascismo (l'accademia e il conformismo), ma neanche si riconoscevano nelle alternative praticate da minoranze intellettuali aristocratiche (penso al revival classicista della > o all'evasivita di parte del nascente ermetismo).
Infatti il punto di vista e sempre esplicitamente soggettivo, il ricordo e scandito da quei tre verbi, lessero, tradussero, scrissero : sono i tre momenti fondamentali della scoperta, che possiamo seguire agevolmente nel lavoro di Pavese di quegli anni.
Fra 1930 e 1932 Pavese pubblico, soprattutto nella rivista >, piu tardi rilevata da Einaudi e diretta dallo stesso Pavese, numerose "letture" di romanzieri americani novecenteschi (Sinclair Lewis, Sherwood Anderson) ma anche, precocemente rispetto alla grande fortuna che quest'opera ebbe in Italia a partire dagli anni quaranta nella traduzione di Fernanda Pivano, di quel singolare documento poetico della provincia americana che e la Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters; per poi retrocedere ai classici, secondo un procedimento che piu tardi Pavese teorizzera come il giusto cammino didattico (ai classici bisogna risalire partendo dai contemporanei, non cominciare, errore umanistico, dai classici). I classici, in una letteratura giovane come quella americana, sono del resto vicini, sono ottocenteschi: lo stesso Whitman, oggetto della tesi di laurea, e, soprattutto, Melville, su cui Pavese scrisse un bellissimo saggio nel 1932.
Ma quasi subito, a questo primo momento della lettura, succede il secondo momento, che consente un'assimilazione piu profonda ed interna dell'esperienza americana, quello della traduzione. Nel 1931 Pavese traduce un romanzo di Lewis, Our Mr. Wrenn; l'anno dopo, Dark Laughter di Sherwood Anderson, e ancora nel 1932 compie la splendida, impegnativa traduzione di Moby Dick. Questo processo di scoperta e assimilazione si completera col terzo momento, quello della scrittura, quello in cui l'esperienza americana diviene corda portante, nutrimento interno, delle opere di questi "giovani italiani".
Ma andiamo per ordine, cominciamo dalla lettura. I saggi di Pavese sui narratori americani contemporanei, pur sforzandosi di dare anche un'informazione esauriente sulla produzione di ciascun autore, mostrano anche esplicitamente la ricerca di qualcosa che ha poco a che fare con il distacco...
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